Bambole e fotografia: chinese doll 
(Elio Grazioli)

La bambola è un giocattolo particolare, a metà tra l’oggetto e il soggetto, forse entrambi, forse propriamente né l’uno né l’altro. È in effetti un oggetto, ma che viene trattato animisticamente come avente vita e soggettività; del resto non può essere considerato un soggetto a tutti gli effetti perché animato dalla proiezione di chi lo manovra. Non è un automa, non è un manichino. Ha più a che fare con l’enigma, o l’ignoto, come secondo Rilke, che con il perturbante, secondo invece Freud.
Se non la si assimila appunto a quella del manichino o delle marionette e simili, la sua presenza nell’arte del XX secolo è in realtà rara e per questo tanto più significativa. «Giocattoli filosofici» li ha definiti Hal Foster[1], se ne trovano nei primi decenni del secolo in ambito Bauhaus, da Emmy Hennings a Hannah Höch, come ispirazione nel teatro di Oscar Schlemmer, poi in ambito surrealista, le più famose in Hans Bellmer e in Joseph Cornell, per citare solo i più famosi, che hanno comunque segnato i modi modernisti significativi della sua assunzione tematica: quello proiettivo, quello meccanico, quello erotico, quello nostalgico.
Geo-referenziazione storica e documentazione archivi Furga e comunale per Chinese Doll
La bambola è nata probabilmente dalla necessità dell’uomo di riconoscere ed indagare i confini del proprio corpo e come contenitore esteso dei propri poteri divinatori. In questa “dimensione magica e immortale” del corpo troviamo i simboli ancestrali che l’hanno definito in origine come oggetto capace di conoscenza in cui la forma-funzione ha assunto poteri diversi tra cui prima di tutti quello della procreazione come si ipotizza per le veneri preistoriche.
La bambola giunge a noi come oggetto anacronistico derivato dai palinsesti e dalle impronte storiche che l’hanno via via circoscritta in luoghi, significati e simboli diversi nella storia dell’arte.
 The Chinese doll  è un progetto che vuole riproporre la stigmatizzazione e la divinazione di questo contenitore - matrice contraddittorio e conflittuale attraverso un percorso apparentemente senza inizio e senza fine su un Territorio che ha vissuto e creato una “imago collettiva” pregna di simboli che hanno segnato un’epoca e una cultura in cambiamento. Il distretto della bambola di Canneto è un territorio che per più di un secolo ha creato infatti economia e dinamiche sociali nel bene e nel male, nel suo farsi e disperdersi secondo una linea di fatali eventi.
Con la fotografia entra in campo una questione tanto diversa da quelle considerate dall’arte quanto peculiare e centrale nella fotografia stessa, cioè la posa, la quale la trasporta in ambito postmodernista nel senso, che mentre la bambola stava prima in posa per inscenare, sostituendola, la presenza umana, ora, in fotografia, anche e soprattutto la posa dell’umano fa assumere a quest’ultimo i caratteri della bambola. Ora sono le persone in posa ad assomigliare a bambole, è la realtà a farsi giocattolo, cioè immagine. Perché i caratteri affermati all’inizio, di statuto sospeso tra soggetto e oggetto, sono quanto la bambola ha per noi qui in comune con l’immagine, e con l’immagine fotografica in particolare. Veniamo con ciò all’esempio che abbiamo scelto per sondare questo terreno, cioè il recente progetto di Gianluca Balocco intitolato Chinese Doll (2017). Esso è nato da un incontro fortuito con il Museo del giocattolo Furga di Canneto sull’Oglio, sorto sulle spoglie di quello che è stato per un secolo e mezzo un distretto industriale tutto incentrato sulla produzione di bambole. Balocco ha realizzato delle composizioni che accostano delle bambole, intere o frammentate, a delle scene con umani in figure, veri e propri tableaux vivants, dai contenuti e rimandi iconografici disparati. L’autonomia del suo progetto dai modelli storici che abbiamo evocato viene dal personale percorso dell’artista in cui si inserisce in linea di continuità e che è perciò necessario ricostruire per quel ci riguarda.​​​​​​​
...Già in questo contesto la bambola assume connotazioni ben singolari, ma in particolare è il progetto che ha preceduto Chinese Doll a indirizzarne l’interpretazione. Intitolato Immaginando – The image through the senses, del 2017, ha coinvolto delle donne non vedenti invitate a toccare liberamente delle statue greco-romane di corpi maschili e femminili e fotografate in alcuni dei loro atteggiamenti. Il legame con Chinese Doll è doppio e ne illumina alcuni aspetti forse meno evidenti. Il primo mette in evidenza il carattere scultoreo anche della bambola in quanto rappresentazione tridimensionale, mentre l’equiparazione con il corpo nudo ne rivela l’aspetto sensuale ed erotico che mette in gioco tutta l’intimità e i lati nascosti di un rapporto. Il secondo legame consiste nella sottolineatura del lato tattile dell’esperienza a cui assistiamo e a cui siamo a nostra volta sinestesicamente chiamati. La cecità al centro di Immaginando che esaspera la nostra condizione di osservatori in una forma di voyeurismo sempre in nuce nell’esperienza visiva si ripercuote sul nostro rapporto anche con le immagini di Chinese Doll. Inoltre, e soprattutto, la fissità della statua come quella che sarà della bambola rimandano alla posa fotografica, valorizzata qui in tutta la sua straniante ambivalenza di intimità e retorica, di spontaneità e di ritualità.​​​​​​​
Toogood Society - Fondazione La Scala - Milano a cura di Elio Grazioli

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