la mia ricerca

Conduco la mia ricerca artistica come una lotta filosofica ed intellettuale per il semplice fatto che ci credo. Oltre agli studi di arte e di fotografia che sono alla base del mio linguaggio artistico mi sono a lungo interessato di architettura e restauro, progettazione ambientale e paesaggistica, di filosofia, di psicologia, di psicanalisi, delle teorie evoluzioniste e negli ultimi quindici anni, di antropologia, neurobiologia umana e vegetale. L'arte si nutre di ogni cosa, soprattutto quando ricerca il senso dell'esistere.
Nei tempi antichi (Egizi o Incas, ecc.) l'arte, intesa in senso sociale, è stata l'unica dimensione accettata del vero. Perchè, citando Giambattista Vico "verum ipsum factum", è solo attraverso l'esperienza creativa che ci misuriamo con il senso e la conoscenza della vita.
Oggi gli ambiti del sapere sempre più virtuali, che nel nostro sistema sociale operano spesso in mondi paralleli, ci riconducono a una domanda comune: 
qual'è la realtà che viviamo?
È veramente quella che siamo in grado di percepire o piuttosto quella che siamo abituati a leggere tradotta dai paradigmi di chi ci ha iniziato ad essa? 
Per tradurre la questione in altri termini riporto una domanda di George Lapassade etnografo e antropologo francese:
Chi vive veramente uno stato modificato di coscienza oggi? Chi è stato iniziato alla trance da uno sciamano e prende parte ai suoi riti o chi è stato per esempio iniziato al razionalismo capitalistico dall'età dell'infanzia?
Nei suoi saggi Lapassade dichiara che la pratica della trance non è "l'eccezionale comportamento" di chi vuole fare esperienze al di fuori del reale ma uno stato reale profondo comune a tutti che il nostro sistema sociale, bloccato sulle proprie maglie razionali, è riuscito a reprimere, mistificare e a relegare in forme ritenute patologiche o devianti.
Le esperienze di questi anni, da quelle africane con i Mau-Mau, i Masai e i Giriama in Kenya, agli Sciamani in Senegal, dagli Shuar in Amazzonia ai Curanderos sulle Ande mi hanno insegnato ad operare e indagare "il vero" anche al di fuori degli schemi del pensiero logico deduttivo che ho ereditato dall'ambiente e dalla cultura occidentale.
Il pensiero filosofico di George Didi Huberman mi ha poi orientato nuovamente verso una diversa cultura dell'osservazione.
Ma come usciamo da questo paradosso?
Ripensando alla nostra storia e a tutto ciò che abbiamo creato in migliaia di anni e perso in un secolo, emerge oggi una dilagante povertà culturale e l'urgenza di un richiamo sociale all'arte, alla spiritualità e alla biodiversità.
Il nostro meccanismo sociale e stile di vita derivano da un paradigma sostanzialmente economico che ci ha iniziati ad una trance collettiva rigida, compulsiva e senza sfumature. Difendo questa ricerca con la fotografia dagli anni '80 e con questo strumento ho realizzato le mie ricerche e le mie esperienze artistiche. 
Non mi sento un fotografo perchè non parto in cerca di emozioni e immagini tratte dalla realtà ma un artista che lavora con il dispositivo fotografico per ripensare il vero e la mia ricerca attraverso l'esperienza di uno strumento potente come il dispositivo fotografico come nel rinascimento si faceva e si pensava la scienza ed il sapere con la pittura. Questo strumento mi pone nella ricerca in un sottile equilibrio tra "il fare e il non fare" tra "l'essere e l'apparire" tra "il pensiero e la rivelazione" e tra il "vero e il falso".
Nei progetti legati al mondo vegetale ho ricercato le connessioni evolutive tra la storia dell'uomo e la vita delle piante. 
“Naked Plants” è stato uno dei primi progetti totalmente orientati al rapporto tra arte e scienza (neurobiologia vegetale). 
La nostra vita in occidente ha perso irrimediabilmente l’originario legame psico-magico con la natura e con le piante. Nella nostra organizzazione sociale non si riconosce più il senso e l’importanza del legame ancestrale e animico con la natura. Si parla molto di ecosistema e di rispetto del pianeta. Ma non si parla abbastanza delle relazioni vitali ed energetiche che ciascuno di noi ha col proprio ambiente: dalla dimensione spirituale e mentale alla fisica cellulare del nostro corpo.
Con il progetto in Amazzonia ho aperto un canale di indagine e sperimentazione col popolo Shuar. La foresta primaria è un sito archeologico vivente con una grande energia che racchiude le nostre origini e ci mette in connessione con il cosmo. Le piante conoscono la storia dell’uomo e le origini del pianeta. Abbiamo conferme importanti di questo anche dalla ricerca scientifica nel campo della Biologia e Neurobiologia vegetale. 
I modelli di pensiero del futuro avranno un'impostazione olistica e sistemica sia della vita che della conoscenza. La scienza e l’arte hanno in fondo una volontà comune: dare un senso per l'uomo alla realtà di cui fa parte.

Vero e falso: la fotografia come anacronismo dell’immagine e cancellazione dello sguardo

La mia ricerca artistica si è sviluppata attraverso una costante riflessione sul senso della fotografia che dagli anni ottanta ad oggi è cambiata modificando il proprio significato e ruolo sociale. Tuttavia nonostante i complessi cambiamenti di questo mezzo posso dire che in questi anni ho ripercorso un tema ricorrente: la fotografia come “oggetto pensante”. Ho considerato le immagini fotografiche come il risultato di un pensiero che non appartiene al dispositivo ma alla visione del singolo osservatore o sempre più spesso all'immaginario comune. Credo che un'immagine fotografica risieda in un tempo senza tempo e che nel suo farsi immagine / icona / pittura diventi un frammento del pensiero e un'estensione dell'immaginario collettivo. Nei miei lavori fotografici ho fatto dialogare immagini di natura diversa: oltre alle mie riprese fotografiche ho lavorato su riproduzioni e ready-made di immagini. La fotografia infatti intesa come categoria linguistica del pensiero può trasformare qualsiasi cosa le venga sottoposta (realtà, pittura, parola, virtualità) in oggetti che appartengono all’iconosfera. Trattandosi di un linguaggio universale, che supera le barriere linguistiche, la fotografia fornisce alle immagini una vita propria, un proprio tempo ed una particolare evoluzione.
Il delicato tema della realtà/falsità delle immagini e delle nuove forme collettive di consapevolezza sono solo gli elementi indagati più recenti. I miei progetti in questi anni hanno coinvolto spesso discipline diverse come l’antropologia culturale, l’ecologia, la neuro-scienza, la neurobiologia vegetale e la psicoanalisi. La dimensione che scaturisce dalle immagini fotografiche divenute oggetti-pensanti risulta spesso per questa ragione anacronistica e distopica dove la fotografia è solo un “medium super partes” utile a trascrivere la visione o i miraggi del nostro sapere in continua evoluzione.  A tale scopo ho elaborato un metodo personale che parte dalla realtà (situazioni o fatti reali)  per produrre un risultato al limite del vero o meglio nato dalla contaminazione virale del vero. Credo infatti che il pensiero immaginario derivi in buona parte dalla memoria dell’esperienza soprattutto quando essa perde la dimensione del tempo. Per questo nelle mie esperienze artistiche ho privilegiato la dinamica partecipativa dei soggetti concentrandomi sul “far accadere” le cose in un istante pensato e voluto come evento irripetibile. La pittura ci ha dimostrato come ogni parte ed elemento dell’opera abbia un peso ed un ruolo preciso in relazione al contesto e al pensiero che l’ha prodotta.  La fotografia ha superato le regole pittoriche compositive nel momento in cui la tecnologia ha interferito con la realtà generando meccanicamente nuove forme di visione e nuovi codici di consapevolezza, apparizioni inattese che non appartengono a nessuno e accrescono ogni giorno un universo inconsapevole in continua espansione.

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